Il caso
20.02.2026 - 14:10
Il domicilio in cui il bimbo viveva con la madre è stato posto sotto sequestro per eseguire i rilievi utili a “accertare la verità”.
UN CASO CHE SCUOTE: COSA SAPPIAMO DELLA TRAGEDIA DI VASTO
Un bimbo di 15 mesi è morto, lo scorso agosto, dopo essere stato portato d’urgenza all’ospedale di Vasto dalla madre. All’inizio, nulla era chiaro: nessuna traccia evidente, nessuna causa certa, solo il brusio sommesso e attonito di un reparto che si è ritrovato a fare i conti con l’impensabile. Poi, il tempo delle indagini. La Procura ha disposto accertamenti che avrebbero fatto emergere una ricostruzione drammatica: la morte del piccolo sarebbe stata provocata da un’intossicazione acuta dovuta all’ingestione di cocaina, presumibilmente rinvenuta in casa. Una frase che pesa come piombo, perché sposta nel recinto domestico — il luogo che per definizione dovrebbe proteggere — il pericolo letale. Il domicilio in cui il bimbo viveva con la madre è stato posto sotto sequestro per eseguire i rilievi utili a “accertare la verità”. È una formula standard, ma necessaria, che in questo caso indica soprattutto la meticolosa ricostruzione di movimenti, spazi, abitudini: dove era collocata la sostanza? Era accessibile? Esistevano condizioni di rischio immediato e prevedibile? La madre, ora indagata per omicidio colposo e per avere fornito false informazioni al pubblico ministero — circostanza che nei resoconti richiama il tema di una presunta omissione circa la presenza della droga in casa — sarà nuovamente sentita dagli inquirenti per fornire la propria versione.
L’ASSE INVESTIGATIVO: SEQUESTRO, ACCERTAMENTI, VERIFICHE SULLA SCENA DOMESTICA
Quando una casa diventa luogo del presunto contatto con una sostanza che, per un neonato, può essere fatale in quantità minime, l’indagine si fa radiografia ambientale. Il sequestro dell’abitazione serve a preservare ogni frammento di realtà utile: confezioni, residui, posizionamenti, ma anche tracce indirette, come impronte, fibre, micro-particelle. Sono tasselli che, nel tempo forense, hanno il valore di un sussurro che prende voce. A questi si sommano i test tossicologici e gli esami clinici: le analisi di laboratorio consentono — come riferito — di attribuire la causa del decesso a un’intossicazione acuta da cocaina. È un verdetto scientifico, distinto da ogni giudizio di responsabilità, che pure resta il centro della valutazione giuridica.
LA POSIZIONE DELLA MADRE: INDAGATA, NON CONDANNATA
È doveroso ribadire un principio che non è un dettaglio: essere indagati non equivale a essere colpevoli. L’iscrizione nel registro degli indagati è un atto tecnico, una garanzia difensiva. La donna — che dovrà rispondere dell’ipotesi di omicidio colposo e di false informazioni al pubblico ministero — ha il diritto di spiegare, chiarire, eventualmente confutare. Perché un bambino piccolissimo avrebbe potuto venire in contatto con una sostanza simile? Qual è la dinamica temporale tra ingresso in ospedale, sintomi, soccorsi? Ci sono state terze presenze, circostanze non ancora emerse, omissioni inconsapevoli? Le prossime audizioni potranno dare risposte, o almeno restringere il campo delle ipotesi.
IL PERIMETRO PENALE: COS’È L’OMICIDIO COLPOSO IN UN CONTESTO DOMESTICO
Nell’ordinamento italiano, l’omicidio colposo riguarda una morte causata senza intenzione, ma per negligenza, imprudenza o imperizia, o per inosservanza di specifiche regole. Dentro questo perimetro, la verifica cruciale riguarda l’obbligo di custodia e la prevedibilità del rischio: una sostanza pericolosa lasciata in un luogo accessibile a un bimbo così piccolo rientra, in astratto, nello schema della colpa? La risposta non è mai automatica. Serve provare, punto per punto, concretezza del pericolo, relazione causale e condotta omissiva o imprudente. È qui che la tecnica giuridica incontra la quotidianità, e la traduce in responsabilità.
UNA CASA, DUE VOLTI: RIFUGIO O TRAPPOLA INVISIBILE?
La casa dovrebbe essere il porto sicuro. Ma può diventare, se attraversata da incuria o inconsapevolezza, un campo minato invisibile. Per un bimbo di 15 mesi, il mondo è tattile, orale, esplorativo: tutto si tocca, tutto si porta alla bocca. In questa prospettiva, un oggetto dimenticato, una bustina lasciata sopra un tavolo, un residuo non visto, assumono il potere del destino. L’analogia con una cucina in cui il gas resta aperto per sbaglio è fin troppo semplice: il rischio è quotidiano, la soglia d’attenzione deve essere alta. Eppure, non tutto ciò che si può immaginare è ciò che è realmente accaduto. Per questo il lavoro investigativo è, e deve restare, paziente e misurato.
TOSSICOLOGIA E VULNERABILITÀ: PERCHÉ “POCO” PUÒ ESSERE “TROPPO”
In campo pediatrico, le intossicazioni acute hanno caratteristiche proprie: la massa corporea minima, lo sviluppo incompleto degli organi, la rapidità di assorbimento rendono anche tracce di alcune sostanze potenzialmente critiche. Non è questione di allarmismo, ma di fisiologia: ciò che per un adulto è una dose non letale, per un neonato può essere drammatico. In questo quadro, il sospetto che la sostanza sia stata raggiunta e ingerita in ambiente domestico — come indicato dagli sviluppi d’indagine — è la chiave che gli inquirenti stanno cercando di aprire con metodi e tempi rigorosi.
LE FALSE INFORMAZIONI AL PUBBLICO MINISTERO: L’OMBRA DELL’OMISSIONE
Il capo d’imputazione aggiuntivo — false informazioni al pubblico ministero — apre un capitolo delicato. Sottintende che la presenza della droga in casa non sarebbe stata inizialmente dichiarata. È un’accusa che, se confermata, complica il quadro, perché non attiene soltanto ai fatti, ma alla loro rappresentazione alle autorità. Perché, se così fosse, tacere? Paura, vergogna, disorientamento? O c’è dell’altro? È in questo crocevia che la seconda audizione della donna, annunciata dagli inquirenti, può diventare decisiva per rimettere al centro i dati, separandoli dalle suggestioni.
IL RUOLO DEI SERVIZI E DELLA COMUNITÀ: PREVENIRE È POSSIBILE
Quando una vicenda attraversa in modo così netto il cuore di una città — Vasto, in questo caso — la comunità si interroga. Prevenzione non è solo parola da convegno: è rete territoriale, servizi sociali attenti, pediatri e consultori che intercettano fragilità, associazioni che portano dentro le famiglie informazione pratica sui rischi domestici. Non si tratta di “colpevolizzare” la povertà o la marginalità, ma di cucire, pezzo dopo pezzo, una maglia che riduca i varchi del rischio. La scuola, i vicini, i medici di base: piccole antenne del quotidiano che, insieme, possono salvare vite.
CRONACA E SOBRIETÀ: IL RISPETTO DOVUTO ALLE VITTIME E ALLA VERITÀ
La potenza emotiva di un fatto del genere è tale da generare onde lunghe nella narrazione pubblica. Qui serve un passo indietro: la prudenza delle parole. La notizia è netta nella sostanza e sobria nella forma: indica cause presunte, atti d’indagine, capi d’imputazione, e ferma lì la conclusione, lasciandola, com’è giusto, alla giustizia. È un esempio di cronaca attenta, che soppesa ciò che si può dire e ciò che non si deve ancora dire. In casi come questo, più che mai, la presunzione di innocenza non è una formula legale, ma un argine etico.
CHE COSA ATTENDERSI: TEMPI, VERIFICHE, RESPONSABILITÀ
Nei prossimi passaggi, gli inquirenti ascolteranno nuovamente la madre, completeranno gli accertamenti sull’abitazione e incroceranno i dati tossicologici con le risultanze ambientali. Sarà la trama dei fatti — dove si trova la sostanza, come, quando, in che modo possa essere stata raggiunta dal bambino — a dare il ritmo processuale. Nell’attesa, resta una domanda che brucia: come impedire che un simile dramma si ripeta? La risposta non sta in una sola mano. È un patto collettivo, fatto di consapevolezza, regole semplici, controlli, e dell’umiltà — mai scontata — di chiedere aiuto quando il confine tra fragilità e pericolo si assottiglia.
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