Il fatto di cronaca
21.01.2026 - 15:06
L'anziano è stato trovato agonizzante all'esterno della struttura ed è deceduto poco dopo. La polizia sta ascoltando personale sanitario e testimoni per avere un quadro chiaro e capire cosa realmente si successo. Non è escluso che verrà eseguita l'autopsia. Al momento si indaga contro ignoti.
H1. UNA CADUTA CHE INTERROGA UNA COMUNITÀ
Può succedere, in un luogo di cura, che la cura stessa si spezzi? La domanda è dura, forse ingenerosa, ma inevitabile quando una vita si interrompe là dove ci si aspetta protezione. A Campobasso, un uomo di 80 anni è precipitato dal secondo piano di una struttura sanitaria ed è morto poco dopo, all’Ospedale Cardarelli, per le ferite riportate. L’allarme è scattato subito, i soccorsi sono stati tempestivi, ma i tentativi dei medici si sono rivelati inutili. La Squadra Mobile è stata informata ed è al lavoro per ricostruire i contorni della tragedia. Il fatto, rilanciato dalla testata regionale isnews.it, scuote l’opinione pubblica e rimette al centro un tema spesso sottovalutato: quanto sono sicuri i luoghi deputati ad assistere le persone più fragili?
H2. I FATTI NOTI E LE INDAGINI IN CORSO
Di ufficiale c’è poco, e quel poco basta a far emergere tutta la gravità dell’accaduto. Stando a quanto si è appreso, l’80enne sarebbe precipitato dal secondo piano della struttura; immediato il trasferimento al Cardarelli di Campobasso, dove è deceduto in seguito alle gravi lesioni. La Squadra Mobile sta conducendo gli accertamenti per chiarire dinamica e responsabilità, eventualmente individuando criticità organizzative o strutturali. È la fase in cui ogni parola pesa: circospezione, raccolta di testimonianze, analisi degli spazi, verifica dei protocolli interni. Serve tempo, perché un accertamento accurato è l’unica strada per distinguere l’imponderabile dal prevenibile.
H2. IL CONTESTO: FRAGILITÀ, RISCHIO E PREVENZIONE
Perché parlarne non è morboso, ma necessario? Perché le cadute negli anziani non sono un incidente raro, bensì un rischio epidemiologicamente rilevante. In età avanzata cambiano equilibrio, vista, riflessi; spesso si sommano patologie neurologiche, deterioramento cognitivo, terapie che alterano la vigilanza. In questo scenario, le strutture sanitarie e socio-sanitarie sono chiamate a un compito ambizioso: trasformare luoghi pieni di potenziali pericoli — scale, corridoi, spigoli, finestre, balconi — in spazi di cura e protezione. È possibile azzerare il rischio? No. È possibile ridurlo in modo significativo grazie a procedure, formazione e ambienti progettati ad hoc? Sì, ed è qui che si gioca la differenza.
H2. STRUTTURE DI CURA E SICUREZZA: COSA CI SI ASPETTA
Ci sono standard riconosciuti, buone pratiche, raccomandazioni nazionali e internazionali che indicano la rotta. Non si tratta di un elenco burocratico, ma di una cultura della prevenzione. La sicurezza parte dalla valutazione del rischio individuale: età, storia di cadute, stato cognitivo, terapia farmacologica, uso di ausili, livello di autonomia. Prosegue con la predisposizione di misure adeguate: barriere architettoniche minimizzate, corrimani continui, pavimenti antiscivolo, illuminazione senza zone d’ombra, letti regolabili con sponde, finestre e varchi con sistemi di apertura protetti dove necessari. E si completa con la formazione del personale e una comunicazione trasparente con i familiari.
# H3. DALLA VALUTAZIONE AL GESTO CONCRETO
La differenza tra un protocollo appeso in bacheca e la sicurezza reale è fatta di gesti ricorrenti: - rivalutare quotidianamente il rischio di caduta del paziente, specie se cambiano farmaci o condizioni cliniche; - verificare che campanelli, telefoni e oggetti d’uso siano a portata di mano, per evitare alzate improvvise; - accompagnare gli spostamenti più delicati (letto-bagno, letto-poltrona) e sorvegliare i momenti critici della giornata (notte, primo mattino); - calibrare l’uso delle sponde: aiutano, ma vanno usate con criterio, per evitare sia imprigionamenti sia tentativi pericolosi di scavalcamento; - prevedere ambienti “a prova di disorientamento” per chi ha disturbi cognitivi, con colori guida, segnaletica semplice, porte verso l’esterno meno “invitanti”.
# H3. AMBIENTE, TECNOLOGIA E FORMAZIONE: UN TRIANGOLO NECESSARIO
L’ambiente fisico è il primo alleato. Ma da solo non basta. Senza una formazione sistematica di medici, infermieri e operatori — sulla gestione del rischio di caduta, sulla comunicazione con pazienti e familiari, sulle tecniche di mobilizzazione sicura — le barriere diventano simboliche. La tecnologia, poi, può fare la sua parte: sensori di movimento, sistemi di allarme discreti, vetri di sicurezza, chiusure controllate in reparti ad alto rischio. Non serve trasformare le strutture in fortezze: serve creare “spazi intelligenti”, che rallentino l’incidente prima che capiti.
H2. DOPO LA TRAGEDIA: TRASPARENZA, INCHIESTA, APPRENDIMENTO
A Campobasso ora tocca alla Squadra Mobile ricostruire cosa sia accaduto. È l’asse penale e investigativo, imprescindibile quando c’è un decesso. Ma accanto a questo filo, le strutture dovrebbero attivare il proprio sistema di gestione del rischio clinico: audit interno, analisi delle cause (anche con metodologie strutturate), revisione dei protocolli se emergono criticità. È un doppio binario che non si esclude: l’inchiesta cerca eventuali responsabilità giuridiche; l’audit punta a imparare per evitare recidive. La differenza, per una comunità, sta tutta in quel verbo: imparare.
# H3. LE DOMANDE DEI FAMILIARI E DELLA COMUNITÀ
È legittimo chiedersi: com’erano gli accessi al secondo piano? Erano presenti adeguate misure di protezione? Il personale aveva segnalato un rischio elevato di caduta? Sono domande che meritano risposte puntuali, non per alimentare il sospetto, ma per ricostruire fiducia. La comunicazione, in queste ore, conta quanto l’assistenza: dare un quadro chiaro, tempi di verifica, canali di contatto per i familiari, impegni concreti su eventuali azioni correttive.
H2. COSA POSSONO FARE FAMIGLIE E CAREGIVER, SUBITO
La sicurezza è una responsabilità condivisa. Senza sostituirsi ai professionisti, i familiari possono contribuire in modo importante: - consegnare alla struttura un elenco aggiornato dei farmaci e delle cadute precedenti; - segnalare eventuali episodi recenti di confusione, agitazione, insonnia o vertigini; - verificare insieme al personale l’uso corretto di ausili (bastoni, deambulatori, calzature chiuse antiscivolo); - chiedere se esiste una valutazione del rischio di caduta e se il piano di assistenza la tiene in considerazione; - concordare orari di visita che coprano i momenti più “vulnerabili” del proprio caro.
## H4. SEGNALI DA NON IGNORARE
Alcuni indizi meritano sempre attenzione: improvvisi cambi di comportamento, dolore non controllato, difficoltà a stare in piedi, sedazione eccessiva dopo modifiche terapeutiche, ricorrenti “quasi cadute”. Sono campanelli d’allarme che suggeriscono di rivedere insieme al personale il piano assistenziale.
## H4. BUONE PRATICHE A CASA E IN STRUTTURA
Anche piccoli accorgimenti fanno la differenza: percorsi sgombri, tappeti fissati o rimossi, corrimani nei corridoi, luci notturne, bagno attrezzato con maniglioni e sedili doccia. In struttura, vale la stessa filosofia: ridurre gli ostacoli visivi e fisici, semplificare, accompagnare.
H2. UN FATTO, MOLTE RESPONSABILITÀ
Il decesso dell’80enne, avvenuto all’Ospedale Cardarelli di Campobasso dopo la caduta dalla struttura sanitaria in cui si trovava, non è un numero: è una biografia interrotta. E ogni vita che si spegne in queste circostanze chiede uno sforzo in più, umano e professionale. L’inchiesta della Squadra Mobile stabilirà se ci sono profili di responsabilità. Nel frattempo, il dibattito pubblico non può accontentarsi dell’indignazione a caldo: servono investimenti, controlli, formazione, procedure chiare e misurabili, ambienti progettati con intelligenza. La prevenzione non è una formula magica: è una catena di attenzioni. Basta un anello debole perché si spezzi.
H2. LA MISURA DI UNA COMUNITÀ
Come si misura la qualità di una comunità? Dalla cura che riserva alle sue persone più fragili. Campobasso oggi fa i conti con un dolore concreto. Farne memoria, imparare, migliorare: sono verbi che non restituiscono la vita, ma impediscono che il dolore resti solo cronaca. È il compito più difficile e più necessario, ogni volta che la cura smette di essere un luogo e deve tornare a essere una promessa credibile.
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