Il fatto di cronaca
06.02.2026 - 14:25
L’indagato – questa è la qualifica corretta, perché le responsabilità penali restano da accertare – è raggiunto da una doppia misura: divieto di dimora nel Comune di Casacalenda e divieto di avvicinamento alla persona offesa, con l’applicazione del braccialetto elettronico.
Basta un secondo perché la vita prenda una curva inattesa. Una sterzata netta, un pedone sul marciapiede, un’auto che accelera. È la scena, cruda e senza filtri, che le telecamere comunali di Casacalenda hanno fissato in pochi fotogrammi: un uomo attraversa, un’auto sopraggiunge a forte velocità, poi la deviazione improvvisa verso il marciapiede. L’«obiettivo» capisce, riconosce alla guida l’ex marito della sua compagna e si getta a terra. È il gesto istintivo che spezza la catena verso l’irreparabile. Quanto pesa un istante, quando l’istante può essere la differenza tra la cronaca e la tragedia?
LA MANOVRA CHE SFIORA IL DRAMMA
Succede tutto in una strada del centro di Casacalenda, in Molise. L’auto cambia traiettoria come se il volante seguisse un impulso più che una logica di guida; il pedone intuisce il pericolo e si salva buttandosi a bordo strada. Nessun suono, se non quello di una frenata tardiva e dell’adrenalina che soffoca il fiato. Ci si chiede: è stata una follia estemporanea o il culmine di qualcos’altro? Secondo la denuncia, presentata subito dopo alla Stazione dei Carabinieri, quel “quasi impatto” non è un episodio isolato. L’uomo racconta una storia che – dice – ha radici alla fine del 2024: insulti, minacce, pressioni per lasciare il paese, tentativi di screditarlo davanti a conoscenti e amici. Un’escalation che, dalle parole, sarebbe passata ai fatti.
DALL’ESCALATION ANNUNCIATA AL PUNTO DI ROTTURA
Le relazioni che finiscono non sempre finiscono davvero. A volte lasciano scorie di controllo, gelosia e rivalsa che fermentano a lungo. È ciò che emerge dalla ricostruzione fornita alla Procura della Repubblica di Larino: l’ex marito non avrebbe accettato la fine del rapporto e avrebbe trasformato il nuovo compagno dell’ex moglie nel bersaglio di una pressione crescente. Le parole, quando diventano insistenti e ossessive, si trasformano in atti: da qui la sterzata, documentata dai sistemi di videosorveglianza comunali, che per gli inquirenti chiarisce la natura persecutoria del gesto. Non ci sono nomi, non c’è un volto pubblico. C’è però un intreccio riconoscibile, purtroppo familiare a molte cronache: la ripetizione, la scia lunga della conflittualità privata che sconfina nello spazio pubblico e nella sicurezza altrui.
IL RUOLO DECISIVO DELLE TELECAMERE
La differenza, questa volta, la fanno due fattori: le immagini e la denuncia tempestiva. Le telecamere comunali riprendono l’auto che cambia direzione e punta il pedone; un documento che, abbinato alla narrazione della presunta vittima, consente ai Carabinieri della Stazione di Casacalenda di avviare subito gli accertamenti e trasmettere gli atti a Larino. La tecnologia, spesso accusata di invadenza, qui agisce come una cintura di protezione sociale: non previene, ma illumina i fatti con la neutralità dei pixel. Per chi indaga, la sequenza video non è solo un “fermo immagine”, ma un contesto. Quando la rotta di un veicolo si piega verso una persona e non verso la via di fuga, la traiettoria racconta intenzioni che le parole, da sole, difficilmente sanno spiegare.
LE MISURE CAUTELARI: DISTANZA, TECNOLOGIA, DETERRENZA
Nel giro di poco arriva il provvedimento. L’indagato – questa è la qualifica corretta, perché le responsabilità penali restano da accertare – è raggiunto da una doppia misura: divieto di dimora nel Comune di Casacalenda e divieto di avvicinamento alla persona offesa, con l’applicazione del braccialetto elettronico. La soglia di distanza minima è fissata a 1.000 metri, come previsto dal recente intervento normativo di dicembre 2025 sul contrasto alla violenza di genere, che ha raddoppiato il precedente limite di 500 metri. Non è un dettaglio tecnico. La distanza raddoppiata risponde a una logica di prevenzione “spessa”: allungare il raggio di interdizione significa aumentare il tempo di reazione, ridurre le possibilità di incontro casuale, rendere più efficace il controllo a distanza. Il braccialetto elettronico, notificato dai Carabinieri del Comando provinciale di Campobasso, agisce da sentinella digitale: ogni violazione fa scattare un allarme, trasformando l’approssimazione in un dato oggettivo.
PROCURA DI LARINO E CARABINIERI: LA FILIERA OPERATIVA
La cronologia investigativa, in casi come questo, è sostanza. Denuncia, acquisizione delle immagini, rapporto alla Procura di Larino, valutazione del rischio, misura cautelare. La velocità degli atti non è un orpello ma un presidio: tenere sotto controllo il tempo significa contenere il rischio. Non è un automatismo, è una responsabilità condivisa tra chi segnala, chi indaga e chi decide. In Molise, dove comuni come Casacalenda sono comunità dense di relazioni, la prossimità è al tempo stesso risorsa e criticità. Il presidio territoriale delle Stazioni dell’Arma, la rete di videosorveglianza comunale, la direzione della Procura costituiscono l’ossatura che traduce la denuncia in tutela concreta.
QUANDO LA GELOSIA DIVENTA CONTROLLO: IL PROFILO CRIMINOLOGICO
Le condotte di controllo post-separazione, nelle dinamiche di coppia, esistono ben prima della violenza conclamata. Segnali precoci? Pressioni a «sparire», discredito sociale, minacce velate. Il passaggio all’atto – come un tentato investimento – non è un salto nel buio ma l’approdo di un percorso. È in questa “continuità” che si legge la pericolosità: non l’episodio isolato, ma la scia dei comportamenti. La definizione giuridica resta in mano agli inquirenti e alle aule di giustizia: saranno loro a valutare il perimetro delle ipotesi di reato. Ma il quadro fenomenologico è chiaro: le dinamiche di dominio relazionale, se ignorate, si incistano e generano rischio. L’argine non è solo penale; è culturale e comunitario.
LA STRETTA DEL DICEMBRE 2025: PERCHÉ CONTA
La riforma che ha spinto a 1.000 metri la distanza minima tra indagato e persona offesa è un segnale politico e sociale. A dicembre 2025 il legislatore ha scelto di rafforzare la protezione delle potenziali vittime nei casi di violenza di genere e condotte persecutorie. Non è un vezzo numerico, è un’indicazione di rotta: investire nella prevenzione, dare più tempo ai soccorsi, ridurre il margine di improvvisazione. Si potrebbe obiettare: basterà? La tecnologia, da sola, non educa e non redime. Ma la combinazione tra distanza fisica, controllo elettronico e rapida reazione delle forze dell’ordine disegna una cintura di sicurezza più robusta. E nelle ore in cui la paura si fa più acuta, questa cintura può fare la differenza.
LA CENTRALITÀ DELLA DENUNCIA E IL RUOLO DELLA COMUNITÀ
C’è un dettaglio che merita di essere sottolineato: l’uomo sfiorato dall’auto non ha minimizzato. Si è presentato alla Stazione dei Carabinieri e ha raccontato. Sembra un’ovvietà, non lo è. La tempestività della denuncia, unita alla disponibilità delle immagini di videosorveglianza, ha accelerato la tutela. È una dinamica che può e deve essere replicata: quando il pericolo cresce, parlare è un atto di autodifesa e di responsabilità verso la comunità. Anche la rete locale ha un ruolo: le telecamere comunali, l’attenzione di chi abita le strade, la capacità di non girarsi dall’altra parte. Non si tratta di voyeurismo sociale, ma di cura collettiva: la sicurezza è un bene relazionale.
COSA ACCADE ORA: INDAGINI E CONFINI INVALICABILI
Le indagini proseguono, coordinate dalla Procura di Larino, per definire nel dettaglio le responsabilità penali dell’indagato. Nel frattempo, i confini sono tracciati: divieto di dimora a Casacalenda e braccialetto elettronico con 1.000 metri di distanza minima dalla persona offesa. Non si tratta di un verdetto, ma di un cuscinetto protettivo, a tutela della potenziale vittima e della serenità pubblica. Ogni eventuale violazione attiverà un allarme automatico. È la traduzione pratica di una promessa: non lasciare sole le persone che denunciano e interrompere la spirale prima che si richiuda su se stessa. Perché una sterzata può essere accidentale; quando diventa mira, non è più un incidente. E la giustizia, in questi casi, deve essere prima di tutto un argine.
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