Il fatto di cronaca
05.03.2026 - 15:44
Su richiesta della Procura, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Campobasso ha disposto una nuova misura: il divieto di dimora nel Comune di Campobasso. La misura, eseguita dai Carabinieri della Stazione di Toro, è stata motivata dall’esigenza di proteggere in modo più efficace la vittima, aumentando il grado di controllo sull’indagato.
IL CASO: 300 VIOLAZIONI IN TRE MESI
Campobasso, 5 marzo 2026. Un divieto di avvicinamento, l’allontanamento dalla casa familiare, persino il braccialetto elettronico: tre livelli di protezione che, sulla carta, avrebbero dovuto fare da barriera. Eppure quella barriera è stata abbattuta, e non una volta sola. In tre mesi, quasi 300 volte. È l’accusa che pende su un 46enne di Campobasso, già indagato dallo scorso anno per lesioni personali e atti persecutori aggravati nei confronti della moglie. Secondo le indagini coordinate dalla Procura di Campobasso, l’uomo avrebbe ripetutamente raggiunto la coniuge, intimidendola e minacciandola di morte, in spregio alle misure già imposte e al dispositivo elettronico di controllo. Un copione di avvicinamenti e pressioni che, come una goccia che scava la roccia, ha eroso nel tempo la sicurezza della vittima e la fiducia nella tenuta del sistema.
# LA CRONOLOGIA: DA NOVEMBRE AL 5 MARZO 2026
Il primo argine era stato posto a novembre, con il divieto di avvicinamento alla moglie e l’allontanamento dalla casa di famiglia. Contestualmente, al 46enne era stato applicato il braccialetto elettronico, strumento che consente il monitoraggio in tempo reale dei movimenti e l’invio di allarmi in caso di violazioni delle aree interdette. La successione delle condotte contestate — avvicinamenti, intimidazioni, minacce — ha però imposto un’ulteriore stretta. Oggi, 5 marzo 2026, su richiesta della Procura, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Campobasso ha disposto una nuova misura: il divieto di dimora nel Comune di Campobasso. Un provvedimento che, nel suo significato più concreto, equivale a tracciare una linea intorno alla città per impedire fisicamente la prossimità con la persona offesa.
# LA DECISIONE DEL GIP E LE PAROLE DEL PROCURATORE NICOLA D’ANGELO
La misura, eseguita dai Carabinieri della Stazione di Toro, è stata motivata dall’esigenza di proteggere in modo più efficace la vittima, aumentando il grado di controllo sull’indagato. «A seguito delle indagini svolte dai militari e coordinate dalla nostra Procura — ha evidenziato il procuratore Nicola D’Angelo — il giudice ha disposto la nuova misura cautelare che aggrava quella precedente ai fini di un controllo ancora più stringente e efficace a tutela della vittima». Parole che suonano come un monito e una promessa: da un lato la consapevolezza che le misure già in atto non sono bastate, dall’altro l’impegno a rialzare l’asticella delle tutele, perché la prevenzione non resti lettera morta.
# DIVIETO DI DIMORA: CHE COSA CAMBIA E PERCHÉ È UNA STRETTA
A differenza del divieto di avvicinamento — che interdice contatti e prossimità alla persona offesa, alle sue abitazioni e ai luoghi da lei frequentati — il divieto di dimora sottrae all’indagato l’intero contesto urbano. Non solo non può avvicinarsi alla moglie: non può restare a Campobasso. È una misura che rompe l’abitudine, taglia i percorsi, disinnesca il “fattore casualità” degli incontri. Funziona come una zona rossa estesa a tutto il Comune, dove la semplice presenza diventa, di fatto, una violazione. In termini di prevenzione, è un salto di qualità: se applicato e monitorato con rigore, riduce drasticamente le finestre temporali e spaziali in cui l’indagato può muoversi verso la vittima.
# BRACCIALETTO ELETTRONICO: TECNOLOGIA UTILE, NON UN MURO
Resta la domanda che s’impone: come è stato possibile arrivare a quasi 300 violazioni in tre mesi con un braccialetto elettronico al polso? La risposta è scomoda, ma necessaria. Il braccialetto è un sensore, non un diaframma fisico. Segnala, allerta, documenta. Può dissuadere, ma non blocca. Funziona se attorno c’è una catena di intervento rapido, protocolli chiari per la gestione degli allarmi, pattuglie in grado di presidiare punti sensibili e orari critici. È un campanello che chiama: perché serva, qualcuno deve poter rispondere sempre, subito. E ancora: l’efficacia dipende anche dalla precisione delle “geofences”, quelle aree virtuali vietate calibrate intorno a casa, lavoro e luoghi frequentati dalla vittima. Se l’arco di interdizione è troppo stretto o la mappa dei rischi è incompleta, il dispositivo suona tardi, o non suona affatto.
# LA SOGLIA DEL RISCHIO E IL RUOLO DEI CARABINIERI DI TORO
Nel caso di Campobasso, i Carabinieri di Toro hanno dato esecuzione al nuovo provvedimento, tassello di una vigilanza che, quando funzionano filtri e sinergie, salva vite. Ma la verità è che la valutazione del rischio non è mai un’istantanea: è una pellicola in movimento. Ogni violazione è un fotogramma in più, e a un certo punto la trama cambia. La soglia di attenzione va aggiornata in tempo reale, così come i presìdi territoriali e le contromisure. La sfida sta anche nella capacità di guardare i numeri — qui, quasi 300 episodi — come un allarme cumulativo, non come una sequenza di fatti minori. Perché la recidiva, soprattutto quando si parla di atti persecutori e violenza domestica, è uno dei più robusti predittori di rischio crescente.
# LE DOMANDE INEVASE: CHE COSA NON HA FUNZIONATO?
È inevitabile, a questo punto, chiedersi: quante segnalazioni sono state generate? Qual è stato il tempo medio di intervento? La rete di protezione della vittima — fra pattuglie, centralino, servizi sociali e centri antiviolenza — ha avuto gli strumenti per agire con tempestività? Domande retoriche? Forse. Eppure, come in un’indagine, sono proprio gli interrogativi più ovvi a fare luce sulle criticità strutturali. Perché l’ordito delle misure cautelari non basta, se la trama operativa ha maglie troppo larghe. L’ennesima violazione di una misura non è soltanto un reato in più: è un segnale che dice “il rischio cresce”.
# IL QUADRO NORMATIVO: DAGLI ATTI PERSECUTORI ALLE MISURE CAUTELARI
Sul piano giuridico, gli atti persecutori e le lesioni personali in ambito familiare attivano un ventaglio di misure cautelari personali previste dal codice di procedura penale: dall’allontanamento dalla casa familiare al divieto di avvicinamento, fino agli strumenti di monitoraggio elettronico e al divieto di dimora. La logica è a gradini: se una misura è violata, il giudice può disporre un aggravamento. Esiste anche una risposta penale specifica per chi trasgredisce i provvedimenti di protezione, proprio per scoraggiare l’idea che le prescrizioni siano negoziabili. Il caso di Campobasso mostra questa gradualità in azione: il primo argine non è bastato, se ne è alzato un altro più alto, più largo, più difficile da oltrepassare.
# TERRITORIO E RETE DI PROTEZIONE: CAMPOBASSO E IL MOLISE DAVANTI ALLA SFIDA
La geografia giudiziaria conta: una città come Campobasso, con i suoi quartieri e le sue relazioni di prossimità, non è un fondale neutro. La conoscenza del territorio da parte delle forze dell’ordine — chi abita dove, quali sono i percorsi abituali, quali le “zone di contatto” più probabili — è un valore operativo decisivo. In questo senso, il coinvolgimento della Stazione Carabinieri di Toro, nella cintura del capoluogo, segnala un approccio diffuso, non soltanto urbano. Serve che la rete sia fitta, che i protocolli interforze parlino la stessa lingua, che la vittima sappia a chi rivolgersi e trovi risposte rapide, prevedibili, costanti. La legge “Codice Rosso” ha accelerato l’ingresso delle notizie di reato nel circuito giudiziario; ora tocca alla cinghia di trasmissione tra carte e strada trasformare la velocità in protezione concreta.
# IL MESSAGGIO DI QUESTA VICENDA
C’è una lezione che attraversa questa storia: le misure funzionano se sono credibili. E sono credibili se chi le viola sa che l’asticella si alza subito, senza esitazioni. Il divieto di dimora disposto oggi dal gip di Campobasso non è soltanto un atto formale: è il tentativo di restituire margini di libertà e serenità alla vittima, togliendo all’indagato la possibilità di contare sull’effetto sorpresa. È una risposta che dice “qui finisce il tuo raggio d’azione”. Non è un punto d’arrivo, ma un passaggio necessario. Perché in casi come questo le parole “allontanamento”, “divieto”, “braccialetto” non devono essere luoghi comuni: devono diventare luoghi sicuri.
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