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La commemorazione

Il Molise ricorda Giulio Rivera, il 24enne poliziotto della scorta di Aldo Moro ucciso dalle Brigate Rosse il 16 marzo 1978 in via Fani

Il giovane agente molisano, di Guglionesi, perse la vita nell'agguato delle Br insieme a Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino e Francesco Zizzi.

via fani, il ritorno dei nipoti di giulio rivera: memoria, stato e coscienza civile

La memoria della strage di via Fani resta una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana italiana. Ma è anche un patrimonio comune da custodire, perché dal modo in cui ricordiamo dipende il modo in cui agiamo



UN MATTINO D’OGGI, UN MATTINO DI IERI
Certe strade, a Roma, non sono soltanto indirizzi: sono domande sospese nel tempo. Oggi, in via Fani, quelle domande sono tornate a farsi sentire con la voce composta della memoria. I nipoti di Giulio Rivera, il giovane poliziotto originario di Guglionesi caduto nella strage del 16 marzo 1978, hanno partecipato alla commemorazione nel luogo dell’agguato. Attorno a loro, cittadini, familiari, rappresentanti delle istituzioni. E tra le autorità presenti, il vicecapo della Polizia Carmine Belfiore, il questore di Roma Roberto Massucci e il prefetto di Roma Lamberto Giannini: una presenza che non è soltanto protocollo, ma segno di una responsabilità civile che si rinnova. Quarantotto anni dopo, ci si chiede: cosa significa tornare lì? Significa ritrovare un mattino d’Italia — “poco dopo le nove” — cristallizzato in un punto della città. E riascoltare, con pudore, la storia di un Paese che in quel tratto di asfalto vide ferirsi la democrazia e la propria fiducia.

# 16 MARZO 1978: LA SEQUENZA DI UN TRAUMA
La mattina del 16 marzo 1978, il convoglio che accompagnava Aldo Moro alla Camera dei deputati fu bloccato all’altezza di via Fani. Un commando delle Brigate Rosse aprì il fuoco, uccidendo i cinque uomini della scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino e Giulio Rivera, che non aveva ancora compiuto 24 anni. Moro fu rapito e rimase prigioniero per 55 giorni, fino al 9 maggio 1978, quando venne assassinato. In quei nomi, ripetuti in ogni anniversario, c’è la sostanza nuda della memoria repubblicana. Non sono un elenco: sono cinque biografie interrotte, cinque fedeltà allo Stato che hanno il peso di una promessa mantenuta fino all’estremo. E c’è un’intera comunità, quella di Guglionesi, che da decenni tiene vivo il ricordo di Giulio Rivera come parte della propria identità civica.

# I VOLTI DELLA MEMORIA: FAMIGLIA, COMUNITÀ, ISTITUZIONI
Perché la presenza dei nipoti conta? Perché la memoria, per restare viva, ha bisogno di attraversare le generazioni. La famiglia è la prima palestra della storia pubblica: traduce il dolore in racconto, il lutto in responsabilità. Ma la memoria familiare ha bisogno di incontrare quella civile. Ecco allora il valore della cornice istituzionale: con Carmine Belfiore, Roberto Massucci e Lamberto Giannini in via Fani, lo Stato ribadisce che il ricordo non è un atto privato, bensì un rito collettivo di coesione e consapevolezza. La ritualità, in questi casi, non è retorica. È architettura della coscienza civile: come una diga, trattiene l’oblio che tutto tende a sommergere. E ogni presenza — quella dei familiari, dei cittadini, delle autorità — è un mattone in più in quella diga.

# VIA FANI, LUOGO DELLA COSCIENZA NAZIONALE
Ci sono luoghi che diventano “archivi all’aperto”. Via Fani è uno di questi. Non è soltanto teatro di un fatto: è un dispositivo di memoria che obbliga a guardare in faccia le domande scomode. Chi eravamo? Chi siamo diventati? Come si costruisce, giorno dopo giorno, l’argine democratico contro la violenza politica? Nell’Italia degli anni di piombo, le Brigate Rosse colpirono al cuore simbolico dello Stato, provando a scalfire la fiducia reciproca tra cittadini e istituzioni. Oggi la presenza ordinata delle forze dell’ordine e dei rappresentanti dello Stato in quello stesso luogo capovolge quella rappresentazione: riafferma che la democrazia non arretra, che la legalità si fonda su nomi, volti, responsabilità.

# IL TEMPO LUNGO DEI 55 GIORNI
I “55 giorni” del sequestro di Aldo Moro sono diventati un’unità di misura del nostro Novecento politico. Dal 16 marzo al 9 maggio 1978, il Paese visse sospeso tra attesa, paura, divisione. Via Fani ne fu il prologo tragico; l’epilogo, il ritrovamento del corpo di Moro, sancì anche il confine emotivo di un’epoca. Ricordare quelle date, 16 marzo e 9 maggio, non è un esercizio di calendario: è il modo con cui una comunità nazionale ancora oggi interroga scelte, esitazioni, responsabilità. È lecito domandarsi: che cosa resta, dopo tanti anni? Resta una pedagogia civile che si nutre di luoghi, di anniversari, di testimonianze. Resta la consapevolezza che le democrazie non sono invulnerabili, ma possono essere tenaci quando coltivano la propria memoria.

# GUGLIONESI E L’ITALIA: IL LOCALE CHE DIVENTA NAZIONALE
Per Guglionesi, il nome di Giulio Rivera è un frammento identitario. Ogni comunità, di fronte a un proprio caduto, rilegge la grande storia dalla propria piazza. È così che il locale diventa nazionale: un paese del Molise si fa specchio della Repubblica, e il volto di un ragazzo di quasi 24 anni diventa, per tutti, il volto di una promessa civile mantenuta fino in fondo. La geografia della memoria funziona per cerchi concentrici: famiglia, paese, città, Stato. Oggi, con i nipoti di Rivera in via Fani, quei cerchi si sono toccati. E il gesto privato di un ricordo è diventato pubblico, condiviso, riconosciuto.

# IL COMPITO DEL RICORDO: SCUOLA, CITTÀ, LINGUAGGI
Come si trasmette tutto questo a chi non c’era? Con la precisione dei nomi e delle date — 16 marzo 1978, via Fani, i cinque uomini della scorta; 9 maggio 1978 — e con la capacità di raccontare. Le scuole, i musei diffusi della città, le cerimonie sobrie: sono questi i linguaggi efficaci. La storia, per parlare ai più giovani, ha bisogno di griglie chiare e di immagini potenti. Una strada, una targa, una ricorrenza: sono mappe della coscienza, non semplici segnalibri. La retorica è un rischio, ma il silenzio lo è di più. E allora meglio scegliere le parole giuste, quelle che non indulgono al sensazionalismo ma nemmeno attenuano la forza dei fatti. In fondo, la memoria pubblica è un mestiere collettivo: richiede cura, metodo, misura.

# LO STATO E LA LEZIONE DELLE SCORTE
C’è un’ultima immagine che oggi, in via Fani, torna con forza: quella della scorta. Una funzione spesso invisibile, a volte data per scontata, che in quel mattino del 1978 si rivelò per ciò che è: l’ultima linea di difesa fisica della democrazia. Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino e Giulio Rivera non rappresentano soltanto un sacrificio, ma una professionalità, un’etica, una disciplina. Ricordarli significa ricordare che lo Stato non è un’astrazione: è fatto di persone, di responsabilità individuali, di coraggio quotidiano. In questo senso, la presenza in via Fani di Carmine Belfiore, Roberto Massucci e Lamberto Giannini assume un valore ulteriore: mette in continuità il passato e il presente delle istituzioni, testimonia un legame tra la memoria dei caduti e l’impegno di chi oggi guida e garantisce la sicurezza pubblica.

# UN PATRIMONIO COMUNE DA CUSTODIRE
La memoria della strage di via Fani resta una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana italiana. Ma è anche un patrimonio comune da custodire, perché dal modo in cui ricordiamo dipende il modo in cui agiamo. Le domande che nascono all’angolo di quella strada — su coraggio, responsabilità, costi della libertà — non hanno risposte facili. Eppure, a ogni 16 marzo, tornano a interpellarci. Forse la risposta più onesta è proprio nel gesto di oggi: ritrovarsi, pronunciare i nomi, riconoscere il debito verso chi ha servito lo Stato senza clamore. La storia, come una bussola, non indica la meta ma il nord. Via Fani, con i suoi nomi e le sue date, resta una delle nostre bussole. E la presenza dei nipoti di Giulio Rivera ci ricorda che quella bussola continua a funzionare se c’è una mano, più giovane, pronta a tenerla ferma.

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