La storia
12.02.2026 - 15:33
Nel giro di un anno, l’idea ha acceso l’interesse di amministratori e territori: dal deputato foggian Giorgio Lovecchio agli amministratori regionali del Molise, dall’Unione dei Comuni del Basso Biferno al Comune abruzzese di Corfinio.
Ci sono fili che uniscono mondi apparentemente lontani: l’allevatore di un borgo del Molise, la sarta che tinge con piante locali, il giovane che impara un mestiere antico scommettendo sul futuro. Sono fili reali e metaforici che tornano a tessere un racconto italiano: quello della lana che da rifiuto torna risorsa. A Termoli prende forma “100% lana italica”, un progetto che ambisce a trasformare uno spreco silenzioso in una filiera capace di creare lavoro, cultura e identità. E che rimette al centro un’Italia interna spesso dimenticata. È un’utopia? O, più semplicemente, la logica conseguenza di un buon senso ambientale ed economico che abbiamo smarrito per strada?
DA RIFIUTO A RISORSA: LA SCOMMESSA DELLA LANA ITALICA (TERMOLI, 8 FEBBRAIO 2026)
La fotografia di partenza è nitida e, per certi versi, imbarazzante: oltre 8.700 tonnellate di lana prodotte dagli allevamenti italiani finiscono bruciate o sotterrate come rifiuti speciali. Un paradosso in un Paese che della qualità dei materiali ha fatto un biglietto da visita nel mondo. Da quella lana, secondo le stime presentate a Termoli, si potrebbero ottenere fino a 15 milioni di metri quadri di tessuto: abbastanza per alimentare una filiera sostenibile capace di generare occupazione e nuove competenze, rianimando i borghi e restituendo dignità a un mestiere antico. La differenza sta tutta in una scelta: considerare scarto ciò che può tornare eccellenza.
NUMERI CHE PARLANO: 8.700 TONNELLATE E 15 MILIONI DI METRI QUADRI
I numeri, quando sono semplici, sono anche contundenti. 8.700 tonnellate è il peso di un potenziale industriale e culturale oggi sprecato. Quindici milioni di metri quadri di tessuto, invece, suggeriscono la possibilità di costruire una filiera corta che vada dalla tosatura al capo finito, con ricadute su logistica, design, artigianato e retail. La leva ambientale è evidente: meno rifiuti speciali, più materia prima locale, tracciabile, naturale. Ma la leva sociale non è da meno: una filiera così concepita genera formazione, artigianato qualificato e nuova imprenditorialità diffusa.
SARTORIE SOCIALI: UNA RETE NATA A TERMOLI NEL GENNAIO 2025
Non è un’intuizione estemporanea. La rete delle Sartorie Sociali, costituita a Termoli nel gennaio 2025, ha messo insieme competenze sartoriali, cura educativo-formativa e spirito cooperativo. Nel giro di un anno, l’idea ha acceso l’interesse di amministratori e territori: dal deputato pugliese Giorgio Lovecchio agli amministratori regionali del Molise, dall’Unione dei Comuni del Basso Biferno al Comune abruzzese di Corfinio. Un mosaico di attori istituzionali che, se adeguatamente coordinato, può garantire governance, stabilità e sbocchi di mercato. Perché la sostenibilità, senza catena del valore e mercato, resta una dichiarazione d’intenti.
TRANSUMANZA E SANNIO: QUANDO LA MEMORIA DIVENTA FUTURO
Il progetto affonda nel terreno profondo della tradizione. Sannio, transumanza, tratturi: parole che raccontano un’Italia pastorale riconosciuta dall’Unesco come patrimonio culturale immateriale. Non è un vezzo folkloristico: è la consapevolezza che le filiere più resilienti nascono spesso dall’aggiornamento di saperi antichi. La lana italica si propone come esito contemporaneo di quel cammino: valorizzare razze e pascoli locali, ricostruire tracciabilità e relazioni di prossimità, riportare il tempo lungo dell’allevamento dentro il tempo frenetico della moda. È possibile conciliare lentezza e mercato? La risposta prova a stare in prodotti “lenti” ma desiderabili.
IL LABORATORIO: LAVAGGIO SOSTENIBILE E TINTURE NATURALI, 100% MADE IN ITALY
Cuore operativo è un laboratorio didattico e manifatturiero con un centro innovativo per il lavaggio sostenibile della lana. Qui si sperimenteranno tecniche di lavorazione e colorazioni con sostanze naturali, per capi e manufatti “100% made in Italy”. Il valore non è solo estetico: è ambientale (meno chimica invasiva), è culturale (saperi tramandati e aggiornati), è economico (filiera corta e tracciabile). Un centro così diventa anche luogo di formazione, dove le “mani laboriose” tornano protagoniste e i giovani imparano, accanto ai maestri, un mestiere che chiede precisione, pazienza e creatività.
LE VOCI: MAURIZIO VARRIANO E GIORGIO LOVECCHIO
“100% lana italica è un atto culturale”, spiega Maurizio Varriano, presidente delle Sartorie Sociali. “Un modo per ridare valore ai luoghi marginali, per formare nuove generazioni di artigiani, rendere giustizia a chi lavora con le mani e con il cuore. È, in fondo, la risposta italiana a una moda che ha perso il senso del tempo e della terra”. Un’affermazione che è anche una presa di posizione etica: riportare il baricentro su qualità, durata, relazione con il territorio. Sul fronte istituzionale, il deputato Giorgio Lovecchio individua la traiettoria: “Il progetto punta alla rivitalizzazione delle aree interne attraverso il recupero e riciclo di prodotti naturali come la lana del territorio. Invece di sfruttare tessuti spesso dannosi che non produciamo noi, potremmo internalizzare la produzione della nostra lana, oggi in discarica. Una volta presentato il progetto, lo Stato potrebbe prevedere fondi per finanziare l’iniziativa. Si può pensare a piccoli opifici dove coinvolgere giovani per avere una produzione locale”. Parole che chiamano a raccolta politiche attive, credito paziente e politiche industriali mirate.
POLITICHE E PROSPETTIVE: IL RUOLO DELLO STATO E DEGLI ENTI LOCALI
La traiettoria richiede alcune scelte chiare. Primo: riconoscere la lana da rifiuto a materia prima seconda, agevolando i passaggi autorizzativi e abbattendo costi burocratici per il lavaggio e la trasformazione. Secondo: attivare strumenti di sostegno mirati (fondi dedicati, contratti di filiera, bandi regionali) per l’avvio di piccoli opifici nei borghi, con formazione on the job. Terzo: favorire gli acquisti pubblici verdi per dotare scuole, ospedali, realtà culturali di manufatti in lana locale. Non si tratta di assistenzialismo, ma di politiche industriali leggere, capaci di far scattare la molla dell’investimento privato.
MERCATO, QUALITÀ, TRACCIABILITÀ: PERCHÉ LA LANA ITALIANA PUÒ CONVINCERE
La domanda c’è, se il prodotto racconta bene se stesso: fibra naturale, filiera corta, tinture vegetali, design sobrio ma identitario. La tracciabilità — dalla pecora al capo finito — non è solo un adempimento: è narrazione autentica che parla a un consumatore più consapevole. Il differenziale competitivo, in un mercato saturo di materia sintetica, può stare nella combinazione tra comfort, durabilità e valore culturale. E nella certezza che quel tessuto non è il frutto di esternalità ambientali scaricate altrove, ma di una responsabilità condivisa lungo tutta la catena.
GIOVANI, LAVORO, BORGHI: PICCOLI OPIFICI, GRANDE IMPATTO?
“Piccoli opifici” non significa piccola ambizione. Anzi. Nelle aree interne, anche dieci posti qualificati fanno la differenza, perché tengono aperta una scuola, un bar, una linea di autobus. Ogni laboratorio è un nodo di comunità: accoglie tirocinanti, riqualifica disoccupati, attrae rientri. Il lavoro artigiano diventa così politica demografica. L’immagine è quella di una costellazione: tante luci minute che, insieme, ridisegnano il cielo dei borghi. È questo il moltiplicatore che spesso sfugge ai conti frettolosi.
UNA FILIERA CIRCOLARE PER IL MOLISE E OLTRE
Il Molise, con l’Unione dei Comuni del Basso Biferno e l’interesse del Comune di Corfinio in Abruzzo, può diventare laboratorio di un modello replicabile in altre regioni vocate. La chiave sarà la coerenza: lana locale, lavaggi sostenibili, tinture naturali, design contemporaneo, logistica corta, mercati vicini. La moda etica non è un ossimoro: è la riscoperta di una relazione corretta tra tempo della natura e tempo dell’economia. Da Termoli arriva un segnale: se accorciamo le distanze tra chi alleva, chi trasforma e chi indossa, la lana italica smette di essere un costo e torna a essere valore. Non solo per chi la produce, ma per l’intero Paese che, ancora una volta, può trovare nel filo giusto la trama di un nuovo sviluppo.
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